Fobie specifiche: la terapia breve strategica non è una terapia comportamentale
Le fobie specifiche sono disturbi psicologici caratterizzati da un’intensa reazione di paura, che può arrivare fino al panico, diretta verso uno specifico oggetto.
Tale oggetto fobico può essere costituito da diverse realtà, le più diffuse sono la paura degli spazi aperti o dei luoghi chiusi, la paura di specifici animali, la paura delle altezze, la paura dell’aereo, la paura di eventi naturali pericolosi (come terremoti o temporali), la paura di parlare in pubblico ecc…(per una rassegna delle fobie più diffuse si veda Nardone, 2003)
Questi oggetti fobici sono realtà esterne al soggetto e che hanno una natura concreta. I disturbi su base fobica-ossessiva che riguardano realtà interne, come la paura di morire o impazzire, hanno una fenomenologia clinica differente che richiede spesso modalità di trattamento, sia da punto di visto tecnico che relazionale, diverse.
Le fobie specifiche si mantengono e si alimentano nel tempo attraverso le strategie di evitamento messe in atto dalla persona, per gestirle.
L’evitamento determina un effetto paradossale, costituito dal fatto che contemporaneamente protegge e intrappola la persona che lo realizza. Da una parte infatti salva la persona dalla reazione di ansia intensa, dall’altra conferma la pericolosità dell’oggetto che si evita, incrementandone la paura.
Si costruisce in questo modo un circolo vizioso che costituisce il disturbo.
La soluzione della fobia consiste pertanto nel condurre la persona ad esporsi all’oggetto fobico, per esperire la sua non pericolosità, e rompere il circolo vizioso.
Le terapie cognitivo-comportamentali basano il trattamento delle fobie specifiche nel proporre alla persona delle esposizioni graduali verso l’oggetto fobico, fornendo contemporaneamente delle tecniche di gestione dell’ansia, che possono consistere in varie forme di rilassamento auto-indotto.
Le terapie brevi strategiche differiscono da quelle cognitivo-comportamentali per il trattamento delle fobie perché fanno ricorso a logiche non ordinarie (per l’utilizzo di logiche paradossali in psicoterapia si veda Leonardi, 2018).
Nello specifico se le terapie cognitivo-comportamentali hanno l’obiettivo di esporre la persona verso l’oggetto fobico cercando di fargli padroneggiare la paura, quelle strategiche hanno l’obiettivo di esporre la persona verso l’oggetto fobico cercando di non fargli deliberatamente padroneggiare la paura.
Questa differenza dipende dalle diverse teorie sul cambiamento che sono alla base dei due modelli terapeutici.
Per il modello cognitivo-comportamentale la fobia è un comportamento disfunzionale appreso, e basato su percezioni-pensieri distorti. L’obiettivo pertanto è correggere tali percezioni-pensieri e far apprendere comportamenti più funzionali.
Per il modello strategico la fobia è una realtà costruita dal soggetto attraverso due reazioni: l’evitamento e il tentativo di controllare-padroneggiare l’ansia e la situazione concreta che la scatena.
Per questo motivo la terapia è paradossale, basata contemporaneamente sull’esposizione e sul perdere intenzionalmente il controllo dell’ansia e della situazione verso cui ci si espone.
Per esempio, se la paura consiste nel sostenere un esame, l’indicazione terapeutica può essere: “sostieni l’esame e mostrati ansioso fino a comprometterne il risultato, questa è la premessa per superare in futuro esami senza ansia”.
I due modelli terapeutici hanno in comune la tecnica dell’esposizione graduale verso l’oggetto fobico. Anche in questo caso però spesso la terapia strategica si avvale di una logica non lineare, nel senso che una piccola esposizione può essere risignificata come un passo grandissimo, oppure si può frenare la tendenza della persona ad esporsi dopo un primo passo importante.
Entrambi i modelli terapeutici hanno dimostrato un’efficacia rilevante nel trattamento delle fobie specifiche. Il modello strategico, che conosco più affondo e che applico in ambito clinico, dal mio punto di vista, proprio perché ricorre a logiche non lineari, è di più difficile applicazione nella relazione e comunicazione col paziente, ma contemporaneamente, se ben applicato, ha il rilevante vantaggio di aggirare le resistenze al cambiamento del paziente, che in questo tipo di disturbi sono molto elevate, e per certi versi realizzare questo costituisce il fulcro della riuscita del trattamento.
Bibliografia
Leonardi, F. (2018). La psicoterapia tra miti e realtà. Armando Editore.
Nardone, G. (2003). Non c’è notte che non veda il giorno. Ponte alle Grazie.